sabato 21 gennaio 2012

L'ira di Cthulhu (di Robert Bloch)



L'Ira di Cthulhu (Strange Eons)

di Robert Bloch

Fanucci editore - catalogo "I Miti di Cthulhu"

Fuori catalogo





Sinossi


Albert Keith, un ricco e annoiato collezionista di stranezze di Los Angeles, viene casualmente in possesso di un inquietante dipinto che sembra essere opera di Richard Upton Pickman, un pittore immaginario, protagonista di uno dei tanti racconti d'orrore scritti negli anni '30 da H.P.Lovecraft.
Da quel momento in poi la vita di Keith cambierà radicalmente: e se le opere di Lovecraft non fossero del tutto inventate? Da questo presupposto inquietante, il collezionista, aiutato da un amico bibliofilo, scoprirà delle inquietanti verità sui Grandi Antichi che - forse - dormono sonni eterni, nascosti nel cuore dell'oceano, pronti a svegliarsi quando la civiltà dell'uomo cadrà.

Commento

Ricordo con molta nostalgia la collana Fanucci "I Miti di Cthulhu", volumi dedicati all'orrido pantheon alieno creato dal genio solitario di Providence. Questi libri dal bordino bianco e dalle improbabili copertine fantasy raccoglievano i racconti e romanzi di molti scrittori ispiratisi a Lovecraft. Ai tempi ne acquistai parecchi volumi, notando però un'altalena di qualità tra i titoli proposti di volta in volta. Nonostante ciò, l'iniziativa fu davvero ottima: grazie a questa collana ho conosciuto autori che raramente hanno trovato spazio in Italia, pur essendo arci-noti all'estero.
"Strange eons", di Robert Bloch, tradotto da noi con l'improbabile titolo "L'ira di Cthulhu" è senz'altro uno dei migliori romanzi proposti da Fanucci in quegli anni.
Bloch è noto soprattutto per essere il papà letterario di "Psycho", ma in realtà è stato un autore prolifico e un vero erede spirituale dell'opera lovecraftiana. "Strange eons" attualizza le storie scritte da HPL, trasportandole nel presente (il romanzo è del 1979) e mettendo in scena un gioco raffinatissimo di citazioni e dualismo tra invezioni narrative e realtà.

Il presupposto di Bloch è semplice ma geniale: e se le storie scritte la Lovecraft non fossero solo degli innocui racconti? Ed è così che i protagonisti del romanzo s'imbattono in un mondo segreto, fatto di culti metro-pagani che inneggiano al ritorno dei Grandi Antichi, ma anche di presagi oscuri sulla fine della nostra specie, e di mostri informi e dementi che vivono sotto le città, all'apparenza sicure e moderne.
Bloch si diverte come un matto (e fa divertire i lettori) nel citare molti dei migliori racconti di HPL, ma lo fa in un contesto corale, che vede la setta oscura del Reverendo Nye complottare affinchè Cthulhu e soci si risveglino dal loro sonno millenario, per spazzare via religioni, governi e civiltà. Oltre alla Los Angeles notturna in cui si svolge buona parte del romanzo, non mancano delle capatine in luoghi più esotici, tra cui una gita marittima nientemeno che a R'lyeh, la città sommersa in cui Cthulhu stesso attende di tornare a dominare il mondo di noi patetici mortali.

Sullo stile dell'autore si può dire poco: come criticare una colonna portante della narrativa fantastica? Certo, Bloch non è Lovecraft, eppure ne interpreta al meglio le antiche passioni, gli incubi fatti inchiosto che dagli anni '20 sono arrivati freschissimi fino a oggi, come se HPL fosse effettivamente in grado di capire ciò che avrebbe spaventato i lettori per quasi un secolo a venire.
Non so se questo romanzo è reperibile nel mercato dell'usato ma, se doveste trovarlo, non esitate: sarà un investimento di cui non vi pentirete affatto.

giovedì 12 gennaio 2012

Il viaggiatore di Agartha (di Abel Posse)



Il viaggiatore di Agartha

di Abel Posse

Tre Editori

220 pagine, 16 euro

(recensione originale del 29/04/2010)






Sinossi


Il Terzo Reich sta crollando e Hitler ordina ad un ufficiale delle SS di raggiungere Agartha, il mitico Regno Sotterraneo, fonte dei Poteri occulti di cui il Nazismo si sente investito.
Un viaggio attraverso Asia Centrale e Tibet, al cuore delle mitologie pagane, in cerca del segreto magico cui il Führer affida la sua ultima disperata scommessa.
Un cammino insondabile verso il mistero, durante il quale le certezze dell’ufficiale tedesco si sciolgono poco a poco all’ombra dei fantasmi del passato e della condizione umana.


Commento


Compimento perfetto del processo di ricerca storica che sto affrontando in queste settimane, Il viaggiatore di Agartha è un romanzo che forse da noi passerà quasi inosservato, ma che senz'altro merita un'attenzione particolare e un plauso all'autore, il noto scrittore e diplomatico argentino Abel Posse.

Il romanzo si basa su due solide basi: la ricerca, seria e non banale, delle radici filosofico-esoteriche che mossero gli alti vertici del Partito Nazista e un'ottima atmosfera da vecchio romanzo d'avventura, nel senso più nobile del termine. Nel mezzo ci stanno molte altre suggestioni, che è davvero complicato riassumere in una singola recensione.

Il protagonista de Il viaggiatore di Agartha è un tenente-colonnello delle SS Ahnenerbe ("Società di ricerca dell'eredità ancestrale". Fu originariamente votata alle ricerche riguardanti la storia antropologica e culturale della razza germanica). Indossando le vesti dell'antropologo (ed agente segreto) inglese Wood, il tenente-colonnello Werner accetta una missione tanto misteriosa quanto disperata: trovare i “Superiori Sconosciuti”, ovvero i superuomini che fin dalla notte dei tempi custodirebbero conoscenze e poteri straordinari, in grado di influenzare la storia e l'evoluzione umana.

Incaricato di questa ricerca direttamente da Hitler, Werner si allontana da un'Europa dilaniata dalla Seconda Guerra Mondiale e si lancia in un viaggio nel lontano Oriente: da Singapore all'India, passando poi in Tibet e infine in un remotissimo deserto cinese, ove si troverebbe la mitica città di Agartha, patria degli sfuggenti superuomini su cui si sono concentrati anni e anni di ricerca da parte della Ahnenerbe.

A fargli da guida ci sono gli appunti raccolti dagli avventurieri e dagli studiosi che l'hanno preceduto in questo viaggio iniziatico, in particolare Dietrich Eckart e Georges Ivanovič Gurdjieff. Ma non solo: anche l'ombra, l'identità del defunto professor Wood accompagnerà Werner per tutto il viaggio, rischiando più volte di sovrapporsi con l'identità dell'ufficiale nazista, in un delirio in parte dovuto alle estreme difficoltà del viaggio e in parte alle conoscenze esoteriche di cui il tedesco è intriso.

La prima parte del romanzo ha, come accennavo, degli ottimi e suggestivi richiami ai cari, vecchi romanzi d'avventura, con l'attraversamento dell'India britannica che ricorda alcuni celebri film degli anni '70 e '80. Lasciato il paese del “cancro Gandhi”, come viene definito da Werner, il viaggio diventa immediatamente più cupo e iniziatico. L'attraversamento delle montagne del Tibet, al seguito dei silenziosi sherpa e dei misteriosi monaci monpa, sfida le convinzioni dell'ufficiale tedesco, tra l'altro sempre convinto di essere seguito da qualche sicario inglese incaricato di far fallire la sua missione.

Attraversate le montagne più alte del mondo, il viaggio farà quindi tappa nelle propaggini più estreme della Cina, dove Werner si affida alla tribù dei nomadi demonolatri yazidi per cercare la città di Agartha, meta ultima del suo viaggio. Su cui, ovviamente, non vi rileverò nulla di più.

La scrittura di Posse è al contempo forbita, ricca di riferimenti storici, filosofici e orientalisti, e scorrevole. Il senso di estrema fluidità si percepisce nello scorrere veloce delle pagine, dove l'avventura ben si amalgama con il ritratto pressoché perfetto di cos'era e come ragionava un tipico ufficiale delle SS hitleriane, senza inutili e grossolani eccessi tarantiniani.
Libro per molti versi imperdibile, ma di certo non per tutti.

Consigliatissimo.

giovedì 5 gennaio 2012

Scarlet (di Brian M. Bendis e Alex Maleev)



Scarlet

di Brian M. Bendis e Alex Maleev

Panini Comics

144 pagine a colori, 13 euro









Sinossi


Il team creativo di uno dei più bei cicli di Devil, Brian M. Bendis e Alex Maleev, su un graphic novel d’azione. Scarlet è una ragazza di Portland. Una come tante, con i suoi amori, le sue scelte, i suoi errori. Spinta allo stremo da tutto ciò che c’è di sbagliato al mondo, è pronta a combattere in nome di una moderna “rivoluzione americana”. Intrighi, drammi, rivelazioni sconvolgenti per uno dei più innovativi e coinvolgenti thriller del fumetto USA.

Commento

Che dagli Stati Uniti arrivi una graphic novel dai connotati fortemente anarchici stupisce un bel po'. Anche se  in fondo è ambientata a Portland - città natale di Bendis, uno degli autori - centro nevralgico delle proteste antisistema negli USA.

Scarlet è una bella ragazza dai capelli rossi che frequenta ambienti alternativi. Un giorno un poliziotto dai modi fascistoidi si avvicina a lei e al suo ragazzo per perquisirli. Ne nasce un diverbio che porterà l'agente a sparare e uccidere il fidanzato di Scarlet, che pure non aveva fatto nulla di male o di minaccioso.
Come se non bastasse l'omicidio passa impunito perché le autorità preferiscono tutelare un agente di polizia, seppur violento e alterato, che non un giovane punk dalle idee sinistroidi.
Questa è la goccia che fa traboccare il vaso: da ragazza pacifica Scarlet si improvvisa vendicatrice. Tra titubanze, crisi di coscienza e tanta, tanta rabbia, la giovane diventa preso un'icona che spacca l'opinione pubblica e rischia di trascinare Portland nella guerra civile.

La graphic novel, splendidamente illustrata da Alex Maleev, è un bel laboratorio di idee. Innanzitutto c'è la domanda che regge l'intera storia: chi è il vero criminale? Il poliziotto che abusa della sua autorità per punire chi non rispetta le sue personalissime idee in fatto di ordine e di morale, oppure chi si sostituisce alla legge per esercitare una giustizia spietata e grossolana?

Tra l'altro Scarlet non è il tipico vendicatore, ex militare o chissà cosa, bensì una ragazza inizialmente fragile e per nulla incline alla violenza. Le parti in cui si rivolge direttamente ai lettori per "giustificare" le sue azioni tendono a farli empatizzare per lei, anche se poi gli autori non ci risparmiano violenza e sangue che dovrebbero fare da ago della bilancia, lasciando intendere che tutto ciò che genera morte è comunque da condannare.

Una graphic novel matura, lontana dagli eccessi supereroistici e dalle atmosfere pulp.
Ci sarà un seguito, lo attendiamo con curiosità.


venerdì 23 dicembre 2011

La mezzanotte del secolo (di Samuel Marolla)




La mezzanotte del secolo

di Samuel Marolla

Edizioni XII

320 pagine, 16.50 euro












Sinossi

Milano è una città antica, più dell'impero romano e dei celti che l'hanno fondata, ma è anche moderna, multietnica.
Possono giungervi da lontano storie calde come un pugno di sabbia, possono farvi ritorno individui costretti a guantarsi le mani - con il cuoio, in punta di dita, spinto da unghie nere e affilate.
Uomini armati di oscuri desideri, e di pistole.

Nella Milano odierna, metallica e luminosa, possono risvegliarsi creature sopite da secoli nei loro nidi di tenebra al neon.
Riapriranno gli occhi e si solleveranno, su piedi, su zampe o su ali, allo scoccare della Mezzanotte del Secolo.

Commento

Spero che Samuel non ne avrà se affermo che, dalla prima volta che ho letto qualcosa di suo, ho pensato di aver ritrovato una sorta di gemello sconosciuto perso per una Milano paradimensionale e invisibile.
Le tematiche, lo stile e le storie di Samuel Marolla sono quelle che vorrei scrivere io, se fossi bravo come lui a sintetizzare la paura e l'inquietudine utilizzando l'elemento fantastico in un contesto quanto mai urbano e quotidiano.
Ma io non sono Marolla, però sono un suo fan, tanto che potrei farmi tatuare sul petto, come fanno certi criminali russi, “IO LEGGO SAMUEL MAROLLA”.

La vita degli esordienti di talento è sempre difficile, in qualsiasi campo.
Succede che nessuno li conosce, poi saltano fuori, sfoderano una prestazione da urlo (che sia un libro, un disco, un film, una partita di calcio: non importa) e subito la gente si innamora di loro.
Confermarsi è un altro paio di maniche. Confermarsi è difficile, così come risulta complicato soddisfare le esigenze di questo particolare tipo di pubblico, che di solito riunisce individui particolarmente esigenti, stanchi della mediocrità assoluta e imperante.

Prendiamo uno scrittore come Samuel: talento sopraffino, ma allo stesso tempo penna empatica, che parla al lettore senza quella spocchia insopportabile e odiosa tipica di una certa generazione di scribacchini italiani. Mi riferisco a quelli che scrivono con la puzza sotto il naso, che sventolano la loro cultura facendo intendere “io so cose che voi, pezzenti, nemmeno v'immaginate”.
Mi riferisco ai wu-minghi e a quella generazione lì. Ah, sono cose che non si dicono? Vabbé, ma qui è zona franca, qui c'è libertà di parola.
Dicevamo, dunque: Samuel era fin dall'inizio un predestinato, con tutti i rischi descritti poco sopra. Dopo l'esordio – alla grandissima – con Malarazza, erano in tanti ad attenderlo al varco.
Bene, La Mezzanotte del Secolo non tradisce le attese. Anzi: conferma tutto il bene che si è detto e scritto sull'ottimo autore milanese.
Marolla stringe un patto (diabolico?) che lo lega a Edizioni XII e insieme ci regalano una nuova antologia di racconti del fantastico e dell'orrore. Pare che proprio questo formato medio-breve sia il più congeniale allo scrittore, che evidentemente ha voglia e mezzi per spaziare in vari sottogeneri, senza sfiancarsi su uno soltanto.

Ne La Mezzanotte del Secolo di storie ce ne sono ben nove, alcune abbastanza lunghe da poter essere definite vere e proprie novel. Chi mi segue sa quanto adoro questo formato.

Si parte con “Tenebre al neon”, storia di demoni in forma umana, creature viscide e amorali che abitano una Milano tanto familiare quanto occulta, nutrendosi del dolore e della paura.
Marolla passa poi a “Nuove vite”, racconto ispirato a e da Dino Buzzati. Storia di nostalgia che racconta il trauma del passaggio al mondo degli adulti, in quei trent'anni che per ciascuno di noi rappresentano una sorta di linea di confine tra la vita fatta di amici e compagnie e quella caratterizzata da mogli, mariti e figli. Ma “Nuove Vite” parla di tutto ciò in chiave horror e lo fa davvero bene.
“Il tatuaggio di ghiaccio” parla invece di una creatura antica, forse una ninfa delle acque, forse un fantasma, forse un demone dimensionale, e del suo interagine nel nostro mondo apparentemente razionale e immutabile.
“Una notte al Ghibli” è un racconto che prende spunto dai tanti, veri X-files che ogni comando di Polizia conosce, ma di cui nessuno parla perché, si sa, certe cose non sono vere...
“Il ninja bianco” è una storia breve e struggente di amore, morte e solitudine.
“Insonnia” fa il verso al celebre romanzo di King, Insomnia, solo che lo supera di qualche spanna. Un vecchio pensionato milanese si trova ad affrontare delle creature secolari che abitano il corpo di alcuni giovani teppistelli. Non vi dirò di più...
“Assenza” mi ha invece ricordato alcuni dei migliori episodi de Ai confini della realtà, e mi ha procurato ben più di un brivido (complice il fatto di averlo letto in un treno semivuoto e fermo nel bel mezzo del nulla, tra Milano e il mio paesello).
“Luoghi oscuri” parla di vendetta, di magia del Piccolo Popolo ma anche di stregonerie tzigane.
Infine “Ultima sambuca al Bar dell'Ortica” è una storia che rievoca i tempi a loro modo leggendari della mala milanese, ma lo fa, al solito, in termini... sovrannaturali.

Nove racconti senza cadute e senza delusioni.
I miei preferiti sono senz'altro “Insonnia” e “Tenebre al neon”, ma anche il breve e malinconico ninja bianco ti lascia qualcosa dentro, qualcosa di forte, intendo.

La mezzanotte del secolo è un signor libro, horror/fantastico all'italiana senza prese in giro al lettore e con chiaro amore per il genere e ampia conoscenza del medesimo.
Senza stancarvi con altre inutili parole vi dico soltanto: compratelo.

mercoledì 14 dicembre 2011

Hater (di David Moody)



Hater

di David Moody

Gollancz book

$ 5.60 (paperback) $ 8.34 (Kindle ebook)









Sinossi

Danny McCoyne è un impiegato comunale di una cittadina inglese. Il suo lavoro non gli piace, la famiglia – composta dalla moglie Lizzie e dai tre figli, di cui in età scolastica – lo opprime. Ha un brutto rapporto col suocero Harry, che non l'ha mai apprezzato. Per non parlare delle vessazioni che subisce ogni giorno dalla sua responsabile.
C'è ancora qualcosa che può andare male nella vita di Danny?
A quanto pare sì.
Giorno per giorno in tutto il paese aumentano gli inpiegabili casi di violenza selvaggia che portano a omicidi bestiali ed efferati. La gente sembra impazzire di punto in bianco, senza una ragione apparente. Quelli che sono dapprima casi isolati diventano episodi in crescita esponenziale.
Nel giro di un paio di settimane la crisi, seppur minimizzata dal Governo, è nazionale.
A quel punto Danny McCoyne avrà un preciso obiettivo nella vita: difendere la famiglia.
Sperando che al contempo essa non impazzisca come succede agli Odiatori là fuori...


Commenti

Hater è il primo romanzo di David Moody che leggo.
Da quello che s'intuisce sbirciando il suo sito ufficiale, Moody è uno “zombie guy”, ossia una specie di Brian Keene in versione inglese. Insomma: un autore che basa buona parte della sua carriera su romanzi incentrati su zombie, pandemie e catastrofi globali in salsa horror.
Uno di noi.
La trama di Hater non si discosta molto dai capisaldi del genere. Abbiamo la misteriosa epidemia che pian piano si diffonde in tutto il paese. C'è il governo ottuso che cerca di insabbiare tutto. Ci sono le reazioni più o meno egoiste della gente, che mettono a nudo il lato peggiore dell'essere umano.
Però Moody ha aggiunto quel pizzico di ingredienti bonus che mi hanno fatto apprezzare il suo romanzo più di molti altri.
Innanzittutto il protagonista, Danny McCoyne. Un uomo come tanti, uno sfigato che si trova intrappolato in un lavoro d'ufficio con dei colleghi odiosi, e a casa con dei bambini insopportabili e con una moglie ancora legata al vecchio padre. Danny non è un eroe, non è Superman, non ha particolari pregi, capacità o risorse. È un medio-man a tutti gli effetti.
Trovo apprezzabilissima la scelta di farne il protagonista di una pandemic-apocalypse.

Così come è apprezzabile il crescendo della storia. Le prime 30-40 pagine ci descrivono la vita, noiosa e deprimente, della famiglia McCoyne. Noiosa perché non ha nulla di esaltante: lavoro, casa, spesa, DVD, visita al nonno. Sembra quasi di aver sbagliato romanzo e di aver acquistato il solito mainstream. Proprio per questo quando l'orrore (il perturbante) esplode, colpisce ancor più nel segno. Stupisce e coinvolge. Mica roba che si trova tutti i giorni, in romanzi di questo genere.

Altra nota di merito: non ci sono zombie. Gli odiatori ricordano piuttosto i pazzi de La città verrà distrutta all'alba, almeno in apparenza, ma la causa di questa pandemia di follia rimangono molto sul vago, nonché tratteggiati senza mai abbandonare un'atmosfera di mistero e di giallo. Del resto non sta certo ai McCoyne scoprire perché sta accadendo tutto ciò.
Ai McCoyne tocca solo cercare di sopravvivere.
Anche se c'è un grosso, grosso colpo di scena ad attendere i lettori. Non vi dico quale per non rovinarvi la sorpresa, ma vi assicuro che si tratta di qualcosa di spettacolare. Una trovata che ha sorpreso anche un lettore scafato come me.

Ottimo romanzo. E' il primo di una trilogia, ma può essere letto anche come libro a sé stante.

Hater è stato recentemente pubblicato in Italia da Urania.

venerdì 9 dicembre 2011

Death, il grande momento della tua vita



Death, il grande momento della tua vita

di Neil Gaiman e Chris Bachalo

De Agostini editore

112 pagine, 9.95 euro






Sinossi

Hazel e Foxglove vedono la vita intorno a loro cambiare: la fama, la maternità, il desiderio di nascondere il loro vero io le spnge a non voler continuare con la loro vita, con l'amore, con l'esistenza... Forse l'unico modo per andare avanti è abbracciare Death, la sorella di Morfeo, il re dei Sogni.
Recuperando i personaggi creati su The Sandman, Neil Gaiman ci offre un brillante racconto sulla fugacità dei sogni, sull'impossibilità di amare. Il volume comprende l'episodio di death commemorativo dell'11 settembre, finora inedito.

Commento


Death potrebbe servire da lezione a tutti coloro che ancora pensano al fumetto come a un prodotto di serie B, per ragazzini brufolosi. Leggendolo capirebbero che anche in questo campo si può produrre Arte e offrirla al pubblico.

In mille romanzi, film e fumetti abbiamo visto l'antropomorfizzazione della Morte, ma qui Gaiman riesce a offrircene una versione del tutto originale. Morte è una ragazza giovane e carina, col sorriso sulle labbra e con una grande comprensione per il genere umano. Non è spietata né fredda, bensì consapevole della più grande difficoltà che incontrano i viventi: vivere la propria vita.
Morte incrocia il cammino d'una coppia di donne lesbiche e del loro bambino, il cui respiro si ferma nel sonno. La madre allora si offre al posto del bimbo...
Non abbiate paura: non c'è nessuna storia strappalacrime all'orizzonte, bensì una favola malinconica ma velata di ironia atta a sdrammatizzare i risvolti più cupi della vicenda.
I protagonisti della graphic novel sono tratteggiati con maestria e senza compromessi coi varie stereotipi di facile consumo.
Foxglove è una giovane cantante di successo e con grandi prospettive di successo, ma il prezzo da pagare è il progressivo allontanamento dalla donna che ama, Hazel. Foxglove vive una di un'esistenza fatta di menzogne, nella quale non può dichiarare la sua attrazione per le donne, per non alienarsi le simpatie dei fans. Al contempo però non riesce a rinunciare quella prigione dorata in cui ha trovato soldi, avventure, amanti, fama.
Come già detto, Hazel, la sua donna, vede allontanarsi Foxglove man mano che il suo lavoro, e le sue esigenze di segretezza, le portano via sempre più tempo.
Sarà l'incontro del figlio di Hazel con Morte a dare a entrambe l'ultima possibilità di cambiamento, e a insegnare che troppo spesso noi umani siamo troppo impegnati a fare altro per ricordarci di essere vivi.

In questa storia non ci sono argomenti leggeri o di poco conto: amore, il senso della vita e della morte, il valore del sacrificio, l'amicizia. Sarebbe stato facile scadere nella banalità o nel melenso, invece Gaiman evita tutto questo e ci regala una favola chiaro-scura che è un perfetto esempio di equilibrio narrativo e intrattenimento che procede a braccetto con l'Arte pura.

martedì 6 dicembre 2011

L'anno dei dodici inverni (di Tullio Avoledo)



L'anno dei dodici inverni

di Tullio Avoledo

Einaudi

377 pagine, 19 euro








Sinossi

Gennaio 1982, un vecchio bussa alla porta di casa della famiglia Grandi incantandola con una storia che lo legherà indissolubilmente a loro: sta facendo uno studio sui bambini nati il giorno di Natale nella regione e vuole incontrarli una volta l'anno per seguirne la crescita. Chi è quell'uomo? E, soprattutto, come fa a sapere tante cose sul futuro? In quello stesso 1982 un ragazzo brillante e confuso intraprende la sua strada nel mondo, una strada che presto diverrà un vicolo cieco. Riuscirà a sottrarsi al suo destino? Nel 1997, due donne - la vedova Grandi e sua figlia Chiara, ormai adolescente sono in vacanza in Versilia, ma un incontro imprevisto cambierà per sempre le loro vite. In un prossimo futuro, in una Londra resa irriconoscibile da una guerra, un anziano poeta chiede udienza alla Chiesa della Divina Bomba. Dice di avere una proposta e una richiesta: vuole stringere un patto che può far rivivere, anche se in modo diverso, l'antico mito di Orfeo ed Euridice. Comincia cosi un viaggio incredibile che chiarirà ogni cosa, e dopo il quale niente sarà più lo stesso...


Commento


Che Avoledo sia da anni una delle penne più importanti del nostro paese non lo scopro di certo io. Semmai posso vantarmi di aver letto tutti i suoi libri, quando ancora non era uno scrittore da Einaudi, il salotto buono dell'editoria italiana.

Ora tanti recensori dall'ego lungo da qui a Melbourne ne parleranno come di un autore destinato a entrare nei classici, di quelli su cui magari un domani si sprecheranno quintali di alberi abbattuti per scrivere pomposi saggi autoreferenziali. A me invece piace partire da un presupposto ben diverso.

Tullio Avoledo è l'uomo (l'unico, credo), che ha riportato la fantascienza sugli scaffali più importanti delle librerie italiane. Sì, okay, esistono tante realtà underground che si occupano di questo campo. C'è anche Urania, coi suoi alti e bassi, che non sempre riesce a proporre romanzi decenti (non per colpa dei redattori, ma proprio perché oramai si scrivono pochi romanzi di sci-fi decenti).

Ma Avoledo è diverso. Lui riesce a rifilare la fantascienza sotto il naso di chi mai la leggerebbe volontariamente. Lo fa mascherandola da racconto esistenziale, da classico moderno, perfino da romanzo d'amore.
E, intendiamoci, “L'anno dei dodici inverni” è tutto questo e anche qualcosina di più.

I temi centrali del libro sono due: la storia d'amore di Chiara Grandi ed Emanuele Libonati, e il concetto di viaggio del tempo. Mai obsoleto, sempre affascinante. Chi cerca una bella storia, anche toccante, sarà soddisfatto dalla prima interpretazione del romanzo. Chi invece ama la fantascienza intelligente e pensata, andrà in sollucchero gustandosi le perle centellinate (è la parola giusta) da Avoledo.
L'amore per Philip K. Dick è talmente evidente che lo scrittore friulano s'inventa un futuro prossimo in cui esiste una religione dedicata Dick stesso, ma che mischia anche elementi e suggestioni tratte da un “videogioco del passato”, Fallout 3.

Ma i capitoli riservati al futuro compariranno solo alla fine del libro. Il principio invece è ambientato in un arco di tempo che parte dal 1982 e copre diversi anni, seguendo la nascita, la vita e la morte di Chiara Grandi. Questo, almeno, è ciò che è avvenuto nel passato dell'Universo A. Quel che invece si accinge a fare il protagonista, Emanuele Libonati, è tornare indietro nel tempo e raddrizzare quella singola vita, affinché essa non si autodistrugga. Anche se questo vorrà dire non poterla più conoscere come amante e compagna nel futuro.
Orfeo e Euridice, per l'appunto.

Lo stile di Avoledo è il solito, a cavallo tra il poetico e il concreto. Non c'è nulla, nella sua scrittura, che è messo lì per caso. Anche quando così sembra, non illudetevi: tutto, anche i piccoli dettagli, arrivano prima o poi a confluire nella solida struttura programmata con certosina abilità.

Una lieve caduta di ritmo la si coglie semmai a metà romanzo, quando (ma lo scopriremo poi), assistiamo a come sarà la vita di Chiara Grandi dopo l'intervento retroattivo di Emanuele. Ecco, in quei pochi capitoli si perde un po' di mordente, anche se la qualità rimane ben sopra la media.
Inside joke, citazioni colte e profane (si va dalle poesie ai videogiochi), poesia pura e rare ma azzeccate spruzzate d'ironia completano quello che è romanzo eccellente.

Forse non per tutti, ma eccellente.