venerdì 9 dicembre 2011

Death, il grande momento della tua vita



Death, il grande momento della tua vita

di Neil Gaiman e Chris Bachalo

De Agostini editore

112 pagine, 9.95 euro






Sinossi

Hazel e Foxglove vedono la vita intorno a loro cambiare: la fama, la maternità, il desiderio di nascondere il loro vero io le spnge a non voler continuare con la loro vita, con l'amore, con l'esistenza... Forse l'unico modo per andare avanti è abbracciare Death, la sorella di Morfeo, il re dei Sogni.
Recuperando i personaggi creati su The Sandman, Neil Gaiman ci offre un brillante racconto sulla fugacità dei sogni, sull'impossibilità di amare. Il volume comprende l'episodio di death commemorativo dell'11 settembre, finora inedito.

Commento


Death potrebbe servire da lezione a tutti coloro che ancora pensano al fumetto come a un prodotto di serie B, per ragazzini brufolosi. Leggendolo capirebbero che anche in questo campo si può produrre Arte e offrirla al pubblico.

In mille romanzi, film e fumetti abbiamo visto l'antropomorfizzazione della Morte, ma qui Gaiman riesce a offrircene una versione del tutto originale. Morte è una ragazza giovane e carina, col sorriso sulle labbra e con una grande comprensione per il genere umano. Non è spietata né fredda, bensì consapevole della più grande difficoltà che incontrano i viventi: vivere la propria vita.
Morte incrocia il cammino d'una coppia di donne lesbiche e del loro bambino, il cui respiro si ferma nel sonno. La madre allora si offre al posto del bimbo...
Non abbiate paura: non c'è nessuna storia strappalacrime all'orizzonte, bensì una favola malinconica ma velata di ironia atta a sdrammatizzare i risvolti più cupi della vicenda.
I protagonisti della graphic novel sono tratteggiati con maestria e senza compromessi coi varie stereotipi di facile consumo.
Foxglove è una giovane cantante di successo e con grandi prospettive di successo, ma il prezzo da pagare è il progressivo allontanamento dalla donna che ama, Hazel. Foxglove vive una di un'esistenza fatta di menzogne, nella quale non può dichiarare la sua attrazione per le donne, per non alienarsi le simpatie dei fans. Al contempo però non riesce a rinunciare quella prigione dorata in cui ha trovato soldi, avventure, amanti, fama.
Come già detto, Hazel, la sua donna, vede allontanarsi Foxglove man mano che il suo lavoro, e le sue esigenze di segretezza, le portano via sempre più tempo.
Sarà l'incontro del figlio di Hazel con Morte a dare a entrambe l'ultima possibilità di cambiamento, e a insegnare che troppo spesso noi umani siamo troppo impegnati a fare altro per ricordarci di essere vivi.

In questa storia non ci sono argomenti leggeri o di poco conto: amore, il senso della vita e della morte, il valore del sacrificio, l'amicizia. Sarebbe stato facile scadere nella banalità o nel melenso, invece Gaiman evita tutto questo e ci regala una favola chiaro-scura che è un perfetto esempio di equilibrio narrativo e intrattenimento che procede a braccetto con l'Arte pura.

martedì 6 dicembre 2011

L'anno dei dodici inverni (di Tullio Avoledo)



L'anno dei dodici inverni

di Tullio Avoledo

Einaudi

377 pagine, 19 euro








Sinossi

Gennaio 1982, un vecchio bussa alla porta di casa della famiglia Grandi incantandola con una storia che lo legherà indissolubilmente a loro: sta facendo uno studio sui bambini nati il giorno di Natale nella regione e vuole incontrarli una volta l'anno per seguirne la crescita. Chi è quell'uomo? E, soprattutto, come fa a sapere tante cose sul futuro? In quello stesso 1982 un ragazzo brillante e confuso intraprende la sua strada nel mondo, una strada che presto diverrà un vicolo cieco. Riuscirà a sottrarsi al suo destino? Nel 1997, due donne - la vedova Grandi e sua figlia Chiara, ormai adolescente sono in vacanza in Versilia, ma un incontro imprevisto cambierà per sempre le loro vite. In un prossimo futuro, in una Londra resa irriconoscibile da una guerra, un anziano poeta chiede udienza alla Chiesa della Divina Bomba. Dice di avere una proposta e una richiesta: vuole stringere un patto che può far rivivere, anche se in modo diverso, l'antico mito di Orfeo ed Euridice. Comincia cosi un viaggio incredibile che chiarirà ogni cosa, e dopo il quale niente sarà più lo stesso...


Commento


Che Avoledo sia da anni una delle penne più importanti del nostro paese non lo scopro di certo io. Semmai posso vantarmi di aver letto tutti i suoi libri, quando ancora non era uno scrittore da Einaudi, il salotto buono dell'editoria italiana.

Ora tanti recensori dall'ego lungo da qui a Melbourne ne parleranno come di un autore destinato a entrare nei classici, di quelli su cui magari un domani si sprecheranno quintali di alberi abbattuti per scrivere pomposi saggi autoreferenziali. A me invece piace partire da un presupposto ben diverso.

Tullio Avoledo è l'uomo (l'unico, credo), che ha riportato la fantascienza sugli scaffali più importanti delle librerie italiane. Sì, okay, esistono tante realtà underground che si occupano di questo campo. C'è anche Urania, coi suoi alti e bassi, che non sempre riesce a proporre romanzi decenti (non per colpa dei redattori, ma proprio perché oramai si scrivono pochi romanzi di sci-fi decenti).

Ma Avoledo è diverso. Lui riesce a rifilare la fantascienza sotto il naso di chi mai la leggerebbe volontariamente. Lo fa mascherandola da racconto esistenziale, da classico moderno, perfino da romanzo d'amore.
E, intendiamoci, “L'anno dei dodici inverni” è tutto questo e anche qualcosina di più.

I temi centrali del libro sono due: la storia d'amore di Chiara Grandi ed Emanuele Libonati, e il concetto di viaggio del tempo. Mai obsoleto, sempre affascinante. Chi cerca una bella storia, anche toccante, sarà soddisfatto dalla prima interpretazione del romanzo. Chi invece ama la fantascienza intelligente e pensata, andrà in sollucchero gustandosi le perle centellinate (è la parola giusta) da Avoledo.
L'amore per Philip K. Dick è talmente evidente che lo scrittore friulano s'inventa un futuro prossimo in cui esiste una religione dedicata Dick stesso, ma che mischia anche elementi e suggestioni tratte da un “videogioco del passato”, Fallout 3.

Ma i capitoli riservati al futuro compariranno solo alla fine del libro. Il principio invece è ambientato in un arco di tempo che parte dal 1982 e copre diversi anni, seguendo la nascita, la vita e la morte di Chiara Grandi. Questo, almeno, è ciò che è avvenuto nel passato dell'Universo A. Quel che invece si accinge a fare il protagonista, Emanuele Libonati, è tornare indietro nel tempo e raddrizzare quella singola vita, affinché essa non si autodistrugga. Anche se questo vorrà dire non poterla più conoscere come amante e compagna nel futuro.
Orfeo e Euridice, per l'appunto.

Lo stile di Avoledo è il solito, a cavallo tra il poetico e il concreto. Non c'è nulla, nella sua scrittura, che è messo lì per caso. Anche quando così sembra, non illudetevi: tutto, anche i piccoli dettagli, arrivano prima o poi a confluire nella solida struttura programmata con certosina abilità.

Una lieve caduta di ritmo la si coglie semmai a metà romanzo, quando (ma lo scopriremo poi), assistiamo a come sarà la vita di Chiara Grandi dopo l'intervento retroattivo di Emanuele. Ecco, in quei pochi capitoli si perde un po' di mordente, anche se la qualità rimane ben sopra la media.
Inside joke, citazioni colte e profane (si va dalle poesie ai videogiochi), poesia pura e rare ma azzeccate spruzzate d'ironia completano quello che è romanzo eccellente.

Forse non per tutti, ma eccellente.

venerdì 2 dicembre 2011

Le cronache di Wormwood (di J.Burrows e Garth Ennis)



Le cronache di Wormwood

Di Jacen Burrows e Garth Ennis

BD Edizioni

144 pagine (colori), 13 euro








Sinossi

Danny Wormwood è un uomo di successo, produttore dei programmi più cool e controversi della televisione americana. Ama la sua fidanzata, anche se ogni tanto la tradisce con... Giovanna D’arco. Già, perché Wormwood è l’anticristo, il figlio di Satana destinato a scatenare l’apocalisse. Danny ha comunque piani diversi dal suo illustre genitore, non è minimamente interessato alla fine del mondo e preferisce trascorrere il tempo libero in un pub in compagnia del suo coniglio parlante e della reincarnazione di Gesù Cristo, un attivista di colore reso demente da una manganellata della polizia. Tutto normale, fino a quando un accordo tra il papa e il diavolo mette in moto un inesorabile ingranaggio, che costringerà Wormwood a lottare per sfuggire al proprio destino.


Commento


Un Anticristo che non ha voglia di fare il suo dovere e lavora come produttore televisivo.
Gesù reincarnato in un hippie rasta di colore.
Il Padre Eterno trasformato in un vecchio pazzo ammalato di autoerotismo compulsivo.
Un Papa depravato, alcolizzato e pornodipendente.
Un coniglio parlante che si diverte a insultare i fans di Star Wars sui forum dedicati alla nota saga.
Un barista col pene al posto del naso.
Questi sono alcuni degli elementi de Le cronache di Wormwood, ennesima genialata di Garth Ennis, pubblicata in Italia dai tizi della BD.

Incominciamo a dire che non è un fumetto adatto a tutti. Chi ha una sensibilità delicata su argomenti quali la religione, il sesso e la morale dovrebbe evitarlo come la peste. C'è di che rimanere offesi.

Per tutti gli altri, Wormwood sarà una bella cavalcata nel fantastico più irriverente ed esplicito, ma non privo di spunti filosofici e anche toccanti.

Come riportato nella sinossi, l'Anticristo vive tra noi, ma non ha alcuna intenzione di svolgere il compito per cui suo padre – Satana – l'ha messo al mondo. Anzi, a dirla tutta il nostro Danny Wormwood ha stretto amicizia con quello che in teoria dovrebbe essere il suo più acerrimo nemico, Gesù. I due si trovano abitualmente in un bar di New York per bere insieme e per parlare di quanto sia difficile sfuggire ai ruoli imposti a entrambi dai rispettivi padri.

Ma Satana non ha intenzione di lasciare che questa amicizia contro natura rovini i suoi piani per l'Apocalisse. Per assurdo, il diavolo troverà il suo migliore alleato nelle stanze vaticane, dove si è da poco insediato un Papa australiano che non si fa mancare nessun vizio: sesso con le suore, alcolismo, droga, torpiloquio, profanazione delle reliquie, corruzione.

Il cocktail è esplosivo ed Ennis lo miscela alla grande. Se si superano le prime pagine, un po' ostiche a livello di dialoghi, c'è di tutto per lasciarsi andare a un bel trip di cui rimarrà molto, una volta arrivati alla fine. Sia a livello di divertimento che, perché no, di riflessioni. Si parla del caro, vecchio libero arbitrio, e del concetto di bene e male, con tutte le sfumature che stanno nel mezzo. Ma Ennis lo fa senza predicozzi indigesti e banalità assortite.

Contribuisce alla buon riuscita dell'insieme anche la bravura di Jacen Burrows, autore di disegni validissimi. Il meglio di sé lo dà raffigurando le immagini infernali, roba che perfino Dante non avrebbe avuto l'ardire di immaginare. Memorabile la comparsa di Satana su un'enorme trono mobile caricato sulle spalle dei “defunti Re della terra”: Bush, Pinochet, Saddam, Gorbaciov, Khomeini, la Thatcher e via dicendo. Questa singola tavola da sola varrebbe l'acquisto del volume. Ma per fortuna c'è ben altro.

Non fatevelo mancare.

lunedì 28 novembre 2011

L'alba degli zombie (di D.Arona, S.Pascarella e G.Santoro)




L'alba degli zombie

di D.Arona, S.Pascarella, G.Santoro

Gargoyle Books editore

266 pagine, 17 euro








Sinossi

Il biennio 2011-2012 viene salutato come la nuova stagione dei morti viventi.
Che spetti agli zombie il compito di traghettarci verso l’attesa apocalisse del dicembre 2012?
Di certo nessuno se lo augura sul serio, ma chi, meglio dei non-morti di George Romero, puo' aspirare al titolo poco ambito di 'araldi dello sterminio'?
A piu' di quarant’anni dall'uscita deflagrante del film 'La notte dei morti viventi', opera che costituisce il mito di fondazione dello zombie post-industriale, non si placano le passioni e le 'fameliche' aspettative dei fan. Né diminuiscono film, libri e serie Tv.
Una nuova 'alba degli zombie', sperando non sia l'ultima, sta sorgendo.
La presente opera ambisce a connotarsi come summa sull’esalogia romeriana dei living dead, proponendosi come punto di riferimento per appassionati, ricercatori o semplici curiosi: la storia, dal 1968 a oggi, dei film suddetti e delle innumerevoli ricadute della mitologia dello zombie in campo culturale e cinematografico, mettendo a fuoco l’orizzonte sociopolitico del non-morto e delle sue tante rielaborazioni nella fiction. Una paura che continua a materializzarsi nel luogo classico del trauma collettivo: il cinema.
Accanto ai saggi complementari di Danilo Arona, Selene Pascarella e Giuliano Santoro, un’intervista esclusiva a George Romero a cura di Paolo Zelati.

Commento

Ve l'avevo segnalato qualche settimana fa, ora che l'ho letto posso solo confermare le buone impressioni che vi avevo confidato di primo acchito.
Okay, io sono di parte: vivo di pane e zombie, e in più una grande fetta del saggio in questione è dedicata a George Romero, il mio regista preferito, almeno finché non si rimbecillito del tutto. Metteteci anche che Danilo Arona firma un terzo del libro, e capirete che L'alba degli zombie non poteva non piacermi.
Ribadisco, onde evitare fraintendimenti, che si tratta di un saggio (e non di un romanzo) sul cinema dei morti viventi, da papà George in poi. Non mancano i retroscena sulle sei pellicole della famosa dead saga romeriana, comprendenti curiosità e chicche che nemmeno io conoscevo. Interessantissimo, per esempio, lo script alternativo di Day of the dead, che poi non venne mai utilizzato per limiti di budget. O anche il fatto che Night of the living dead rischiò di essere qualcosa di molto diverso, un b-movie che sarebbe passato probabilmente inosservato, se Romero non si fosse inventato la peculiarità dei ritornanti affamati di carne umana.
Gli autori del libro sono onesti nell'ammettere il dislivello qualitativo tra la prima trilogia del regista di Pittsburgh e la seconda, culminata con l'indecente (ma queste sono parole mie) Survival of the dead. Un film che preferirei non aver mai visto, e invece...

Ottimo anche l'approccio filosofico-sociologico della cinematografia zombesca, tracciato con mano esperta da Giuliano Santoro. Si va dall'epoca preromeriana agli sviluppi del ritornante moderno, oramai tanto diverso da quello degli anni '60. Santoro esamina alcune novità introdotte nell'ultimo decennio, come per esempio la capacità dello zombie di apprendere e parlare, oppure alla mass-mediatizzazione dell'apocalisse.
La terza e ultima parte del saggio esamina ancor più da vicino l'evoluzione dell'archetipo-zombie nel post-romerismo. Selene Pascarella cita film e libri che, di mese in mese, stanno trasformando la figura del morto vivente antropofago in qualcosa di più complesso e forse più spaventoso. Non solo, l'autrice traccia un ottimo quadro protoscientifico su una possibile “vera” zombie apocalypse. Lo fa citando la Bibbia della letteratura ritornante, World War Z, ma anche una serie di studi scientifici che dimostrano la plausibilità – teorica ma non del tutto assurda – di una pandemia non dissimile da quella raccontata nei film di Romero.
Personalmente sono ben felice di aver scoperto l'esistenza della ricerca condotta dal biochimico texano Sean Michael Ragan, Etiology of Romero-Fulci disease: The case of prions, che dimostra quanto siano i prioni a essere il più probabile veicolo di diffusione di una pandemia zombesca (PDF scaricabile qui). Il che, lasciatemelo dire, rispecchia perfettamente lo scenario del Survival Blog e di Scene Selezionate della Pandemia Gialla. Solo che lo studio di Ragan io non lo conoscevo affatto, non ai tempi della stesura del romanzo.
Bizzarro no?

Concludendo, L'alba degli zombie è un ottimo e solido saggio, immancabile per gli appassionati di genere e, perché no, ricco di ottimi spunti per nuove storie sugli zombie, o sulle loro molteplici evoluzioni o trasformazioni.

martedì 22 novembre 2011

Giant Monster (di Steve Niles e Nat Jones)




Giant Monster

di Steve Niles e Nat Jones

Magic Press

96 pagine a colori, 9.50 euro

(recensione inedita)







Sinossi

L'anno è il 2013 e il colonnello Don Maggert è il primo astronauta a compiere un viaggio nello spazio da solo, senza equipaggio d'accompagnamento, né ausiliari. Mentre è il procinto di tornare, in diretta con gli schermi della NASA viene assalito da un parassita che lo trasforma in un mostro carnivoro affamato e inarrestabile. L'esercito è incapace di opporsi e l'unica soluzione sembra un sepolto robot nazista della Seconda Guerra mondiale!!!

Commento

Steve Niles è una delle penne che garantiscono sicurezza, quando si parla di graphic novel.  
In questo caso affronta una storia autoconclusiva, che di per sé è una rarità e un merito, lanciandosi col socio Nat Jones in una trama che garantisce puro divertimento, mischiato a suggestioni intergenere, che pescano dalla fantascienza degli anni '50-'60, ai b-movie horror, spennellando il tutto con un po' di dieselpunk e un pizzico di cospirazionismo.

La storia del colonnello Maggert è semplice e per questo funziona: un astronauta in crisi familiare, viene lanciato nello spazio da solo, o meglio, solo coi suoi pensieri. Un parassita alieno penetra nella nave e lo infetta, trasformandolo in una creatura mostruosa e antropofaga.
Una volta precipitato sulla terra inizia a nutrirsi. Ogni volta che mangia cresce di dimensioni, fino a diventare un gigante invincibile, in procinto di distruggere intere città.
Un generale dell'esercito degli USA ha la bella pensata di rivolgersi a un anziano e geniale scienziato, prigioniero degli States fin dal secondo dopoguerra. Si tratta di una sorta di Tony Stark nazista, che nel frattempo ha perfezionato la creazione di un robot a intelligenza artificiale. Progetto a cui stava lavorando nel 1945, da bambino prodigio, e che avrebbe dovuto garantire la vittoria a Hitler.

La trama è pulp come si intuisce da questo breve sunto.
Maggert è il tipico mostro con vaghe reminiscenze della sua vita da umano. Reminiscenze che però si rivolteranno contro tutti i cliché del genere, con gran godimento del lettore.
Interessante la combine tra il genere Kaiju, termine che indica i mostri giganti a la Godzilla, e quello zombesco/mutante. Taggart è infatti un mutante antropofago, solo che le sue dimensioni crescono fino a diventare quelle di un grattacielo!

Ci sono alcune scene che rimangono impresse, come per esempio il ritorno della cosa-Taggart sulla terra, nel bel mezzo dell'oceano, dove si trova impegnato in un'epocale lotta con un nutritissimo branco di squali.

La resa grafica di Jones e Niles è molto buona. Giant Monster è una graphic novel decisamente colorata, sanguigna, con disegni nitidi, chiari, gradevoli. C'è spazio per lo splatter e per il pulp. Non manca una vena ironica, né un finale che, oltre a essere definitivo, soddisferà i lettori poco propensi alle trovate hollywoodiane degli ultimi anni, riassumibili con lo stucchevole motto “in fondo in fondo siamo tutti buoni”.

Una buona lettura che dà quel che promette.

giovedì 17 novembre 2011

La porta di Atlantide (di Giulio Leoni)







 La porta di Atlantide

Giulio Leoni

Mondadori Editore

432 pagine, 19,90 euro

(recensione inedita)



Sinossi


Vanja è bellissima. Alta come una modella, lo sguardo di ghiaccio e i lunghi capelli completamente bianchi... il suo fascino enigmatico spicca nella sala semivuota dove è in corso una conferenza sulla leggendaria isola di Atlantide. Ovvio che la noti uno scrittore di romanzi gialli, tanto sembra fuori posto in quel luogo. Come è insolito il mestiere che si è scelta in Italia: la dama di compagnia. E le sorprese sono appena cominciate: poche ore dopo l'incontro alla conferenza, muore in circostanze sospette l'anziana signora che Vanja assisteva, una donna che è stata un tempo una famosa veggente, e che porta con sé il segreto delle sue visioni. Tra cui forse proprio la chiave che apre la porta dell'isola perduta. Affascinato dalla giovane slava, il protagonista inizia una personale indagine. Ma presto viene travolto da un turbine di indizi e prove che assumono una luce ancor più sinistra in presenza di nuovi omicidi. Una trama in cui nulla sembra avere senso, e in cui compaiono via via fatti e personaggi sempre più strani. Nulla, se non appunto le tracce appena visibili di quella antica terra, Atlantide, e del mistero della sua scomparsa. Perché è da quella remota tragedia che tutto ha avuto origine. Lo crede disperatamente Vanja, custode di un segreto inconfessabile che si è portata dentro dalla nascita. E comincerà a crederlo anche il protagonista, sempre più sconcertato da quello che va scoprendo: Atlantide è davvero esistita, le sue rovine attendono qualcuno che le riporti alla luce con il loro segreto.

Commento


Raramente recensisco materiale pubblicato da Mondadori, casa editrice di cui non condivido il 90% delle strategie editoriali. Faccio volentieri eccezione per i titoli veramente meritevoli, come accade per Giulio Leoni, ottimo autore che mi è piaciuto in quasi tutto il suo materiale che mi è capitato in mano.
La porta di Atlantide è un thriller velato di soprannaturale e con alcune connotazione da spy-story. C'è quindi un'abbondanza di suggestioni e generi che, se amalgamati da uno scrittore meno esperto, andrebbero a comporre un improbabile pasticcio. Per nostra fortuna Leoni è invece una penna esperta e piacevole da leggere, al di là della storia che di volta in volta decide di narrare.
E questa volta si tratta di una storia che senz'altro ha tutto il potenziale per piacere al sottoscritto: civiltà perdute, fantarcheologia, nazismo esoterico, donne misteriose... Il tutto senza quasi mai muoversi dal contesto urbano di una Roma livida e in cui s'intrecciano le vicende dei due protagonisti principali.
Atlantide, il leggendario continente fantasma, fa da sfondo a un'indagine nata in modo casuale, in cui uno scrittore (alter-ego di Leoni?) si trova coinvolto in una brutta faccenda di omicidi correlati a una medium e spionaggio industriale di altissimo livello.
L'autore è ottimo nel tracciare una trama portante, in cui si sviluppano diverse storie corollarie, molte delle quali hanno solo in parte a che fare con la ricerca di Atlantide, ma che sono perfette nel disegnare un quadro d'insieme ricco di spunti e di rigorosità logica. Come al solito Leoni si dimostra bravissimo nell'inserire riferimenti storici precisi, che vanno dal processo a Galileo ad alcune ricerche occultistiche delle SS prima e durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il pregio del romanzo, che però per molti sarà anche un limite, è quello di non spingersi mai con entrambe i piedi oltre a quella sottile linea che separa la realtà e il fantastico. O meglio: il lettore viene indotto a credere che certi elementi narrati trascendano le spiegazioni razionali, salvo che poi quasi tutto sembra man mano rientrare, lasciando la storia più sui binari del thriller che non altrove.
Da qualunque parte lo si guardi La porte di Atlantide è comunque un libro solido, piacevole e scritto come Dio comanda.
Visto lo stile brioso e ironico di Leoni azzardo col dire che dovrebbe piacere anche a chi non ama il genere (un po' come succede per i romanzi di Tullio Avoledo).
Promosso senza particolari riserve.

lunedì 14 novembre 2011

La materia oscura (di Michelle Paver)



La materia oscura

di Michelle Paver

Giano Editore

288 pagine, 16.50 euro

(recensione del 20/07/2011)



Sinossi


Gennaio 1937. Su Londra soffiano già i venti della guerra che scoppierà meno di tre anni dopo. Jack Miller ha 28 anni e una laurea in fisica, ma è oppresso dalla mancanza di denaro, vittima di un carattere inquieto e solitario e deciso a cambiare completamente la sua vita. Così, quando gli viene offerta la possibilità di lavorare come operatore radio in una spedizione nell'Artico, accetta senza indugi.

La nave salpa dalla Norvegia con destinazione Gruhuken, un'isola disabitata nell'arcipelago delle Svalbard: quattro uomini e 8 cani husky vanno incontro entusiasti al Mare di Barents sotto la luce del sole di mezzanotte.

Jack non socializza con i compagni, degli snob inglesi spinti soltanto dalle chimere dell'avventura; e in più detesta i cani. Ma non ha nemmeno il tempo per simili riflessioni, poiché il viaggio si rivela fin da subito sovrastato da cattivi auspici: uno dei partecipanti si rompe una gamba cadendo sulla nave ed è costretto a lasciare la spedizione e ritornare in patria. E quando finalmente la spedizione raggiunge la baia dove gli uomini dovranno accamparsi per un intero anno, i due compagni rimasti vengono colpiti da malattie e sono costretti ad abbandonare anch'essi l'isola e tornare alla civiltà. Rimasto solo, Jack potrebbe decidere di partire anche lui, ma sceglie di rimanere, per non vanificare gli scopi scientifici della spedizione.

Solo nella distesa artica, al buio dell'interminabile notte polare, durante la quale nessuno può lasciare o raggiungere l'arcipelago, Jack trascorre i primi giorni determinato a portare a termine quello per cui è partito.

All'inizio sono solo vaghe sensazioni, fruscii che arrivano in maniera quasi impercettibile all'udito, macchie che balenano davanti agli occhi. Poi non appena il buio si fa più fitto, i fruscii diventano voci distinte e le macchie si mutano in ombre dai contorni netti. Allucinazioni? Brutti scherzi di una prolungata solitudine? Fantasmi prodotti dalla mente? Oppure l'isola è sotto la minaccia di una Materia Oscura? Un'Entità terribile e vendicativa?


Commento


Ottimo.
Questo romanzo è ottimo.

La materia oscura, pescato a caso e opera di un'autrice a me sconosciuta, si è rivelata una delle migliori letture degli ultimi mesi. Un ritorno alle storie di avventura e di orrore, alla atmosfere delle ghost story dei bei tempi, aggiornate però a un linguaggio scorrevole, moderno e non pomposo (per quanto affascinante, si capisce) dei grandi vecchi, Poe e Lovecraft in primis.

Michelle Paver si affida a un genere consolidato, rafforzando quella che è una mia convinzione da lungo tempo: l'originalità non è un elemento essenziale per produrre buona narrativa. Le sono preferibili doti quali lo stile, la padronanza della lingua, lo sviluppo dei personaggi e dell'intreccio.

Di certo La materia oscura parte da due privilegiati punti fermi: le atmosfere retrò (siamo nel 1937) e l'ambientazione artica, che rieccheggia sempre di capolavori quali The Thing e At the mountains of madness. Giusto per non sbagliare l'autrice ci infila anche qualche vago richiamo a Il richiamo della foresta e il gioco è fatto.

Il romanzo parte dai presupposti tipici delle storie d'avventura old style, salvo poi ripiegare sull'horror psicologico, giocando sul sottile filo tra pazzia umana, dovuta alla solitudine e a una mente complessa e al contempo fragile (quella del protagonista, Jack Miller) e svolta soprannaturale della storia. Alla fine l'autrice ci dà tutti gli elementi per optare per questa seconda spiegazione, anche se in fondo in fondo rimane sempre qualche perplessità riguardo alla reale natura dell'essere che infesta l'ex stazione mineraria di Gruhuken.


Tutto ciò che sta nel mezzo è godibilissimo. La Paver è abile nel descrivere il senso di solitudine, unito a quello di inquietante bellezza, che un luogo remoto e “alieno” come l'Artico evocare nella mente di qualsiasi uomo. Poi, quando inizia il sottile e perfetto cambio di registro, dall'avventuroso all'orrorifico, l'autrice riesce a trasformare ogni ombra nel sospetto di una presenza spettrale, ogni rumore in un brivido, ogni piccolo incidente nel sospetto di qualcosa che si muove nell'oscurità.

Ovviamente il meglio del meglio inizia quando Jack rimane isolato per settimane nella stazione di Gruhuken. Il nostro “eroe” è combattuto tra la voglia di filarsela via da un posto che sembra sempre meno ospitale e tra la volontà di dimostrare al suo nuovo amico Gus, ricoverato nel più vicino presidio medico a causa di un'appendicite, di meritarsi la sua stima. È proprio il rapporto strano, in parte morboso, che Jack nutre per Gus a spingerlo a sfidare i misteri di Gruhuken e gli spettri che (probabilmente) abitano quel luogo.

Ottima anche la costruzione psicologica del protagonista che, narrando in forma diaristica, non ci risparmia nulla della sua attrazione crescente per Gus e quindi della sua antipatia per il terzo membro della spedizione, che pure non ha né colpe né meriti particolari nella vicenda, se non quello di fungere appunto da “incomodo”.

Ma le elucubrazioni umane e sentimentali di Jack Miller vengono presto annichilite quando entra in gioco la Materia Oscura che abita quel remoto angolo dell'Artico. Da lì in poi è solo terrore, giù giù fino al tragico e malinconico finale.